Capitolo 1
Giugno 1978. Ultima settimana.
1.
Remigio sta scrivendo Remigio sul vetro della finestra. Con un soffio di fiato ha fatto comparire un’opaca lavagna, e su quella, con un gesso trasparente a forma di dito, traccia le lettere del proprio nome. In fretta, prima che la magia si esaurisca.
Il temporale ha quasi finito le proprie scorte di pioggia e di tuoni, e il cielo cambia colore di continuo, per capriccio del vento che sposta le nuvole.
L'umidità è a livelli da giungla tropicale e, anche a stare fermi, i vestiti si appiccicano addosso, come insetti sulla carta moschicida.
Remigio aveva sudato di meno durante l'esame di pochi giorni prima, nel districarsi fra il groviglio d’affluenti del Rio delle Amazzoni, dove il caro maestro aveva deciso di farlo annegare.
E' il sesto giorno delle vacanze estive e, mai come quest'anno, la prospettiva di un'estate di completa libertà era parsa a Remigio meritata ed eccitante.
A undici anni, con la scuola elementare alle spalle e tre mesi di giochi davanti, l'estate gli era sembrata praticamente tutto. E affanculo i compiti a casa.
Eppure adesso si sta annoiando.
I suoi amici di sempre, il Toro, Schizzo e Rebecca, nonostante il maltempo, si sono recati alla fiera del vicino paese, accompagnati dagli adulti. "Rifornimento di zucchero filato e di croccante per tutti!"; movente e promessa nelle stesse parole.
Le gare di gocce sui vetri hanno perso già da tempo il loro fascino originale. Mentre della lettura, che pure adora, soprattutto gialli e fumetti, Remigio ha sempre pensato che sia una distrazione da giornate di sole. Chissà poi perché.
L'unico televisore nei paraggi, un vecchio quattordici pollici di colore arancione, si trova nella stanza privata del nonno ed è poco più di una tentazione in bianco e nero nascosta in una scatola di cartone dentro un armadio chiuso. Tra l’altro, la visione risulterebbe compromessa dalla prossimità di un'altura solitaria a forma di cono rovesciato; un gelato al gusto di arenaria fatto cadere da un gigante sbadato.
Per fortuna la finestra di cucina offre un panorama facilmente accessibile e privo di disturbi, oltre che a colori.
Quasi sempre, almeno.
In questo momento, infatti, Remigio guarda il mondo fuori attraverso il suo nome e il mondo fuori ricambia lo sguardo da una spessa coltre di nebbia, che sfuma i contorni della piazzetta e confonde i colori in un'indistinta tonalità di grigio.
Pioviggina, e le prime ombre della sera si vanno addensando sui tetti dei vecchi edifici.
Padre Filippo sta uscendo dal convento dei frati Cappuccini, col saio marrone tirato sopra la testa. Raffaello, il babbo del Toro, è al riparo sotto il portico del piccolo teatro. “Anche lui ad aspettare il croccante” considera distrattamente Remigio.
Soltanto Alice, la lattaia, sembra a proprio agio sotto la pioggia, in sella ad una Graziella bianca. Pedala lenta e bella, non più curante delle gocce che le scivolano addosso che degli sguardi che di dosso non le si staccano mai.
Il muro grigio di un'abitazione, da una frase tracciata con un gesso bianco, recita: “INGHILTERRA 66: BARISON IN GOL, IL BINDA IN FICA. DOPODICHE’ IL BUIO TOTALE”.
Dal momento della sua comparsa, un paio di settimane prima, la scritta aveva suscitato timidi risolini nelle donne e schiette risate negli uomini del posto. Con la comprensibile eccezione del Binda.
E' costui il falegname del paese, un omone grande e grosso e con un brutto carattere, al quale vengono attribuite due importanti passioni: il vino e le donne. Al bar si dice, ma mai in sua presenza, che le soddisfi entrambe grazie alle seghe.
A parte, a quanto pare, quella volta del ‘66.
Per diversi giorni, la ricerca dell'ignoto grafomane aveva costituito un gustoso diversivo rispetto alle consuete dinamiche paesane, assumendo ben presto i connotati di una vera e propria caccia all'uomo. Una ridda d’ipotesi era stata prima formulata e poi smentita a suon di alibi e testimonianze.
La perizia calligrafica, operata dalla locale maestra d'italiano, la signorina Delia, non era approdata a nulla: "Il prudente uso dello stampatello ha appiattito la personalità dei tratti" aveva argomentato Delia.
"Lo stampatello non lo so se gli è servito, ma le stampelle gli serviranno e come, dopo che lo avrò avuto tra le mani" aveva chiarito il Binda; precisando che della fabbricazione si sarebbe preoccupato lui stesso ed esclamando a gran voce: "Il miglior legno per il suo sostegno!".
Adesso la scritta, e con essa i suoi effetti, va scolorendosi, sotto l'azione combinata dell'acqua e dell'abitudine.
Ma a Remigio il senso di quel graffito è rimasto non del tutto evidente e adesso ha intenzione di schiarirsi le idee.
Potrebbe chiedere spiegazioni ai suoi genitori, senonché, per farlo, dovrebbe consultare una medium.
Entrambi i genitori, infatti, sono deceduti nello scoppio accidentale di una bombola del gas. Quel pomeriggio di sei anni or sono, Remigio, di professione cinquenne, era andato con nonno Achille a cercare i funghi nel vicino poggetto. Aveva trovato due Mazze di tamburo da cucinare arrosto e non vedeva l'ora di tornare a casa per poterle, nell'ordine: mostrare al babbo, far preparare alla mamma, assaporare lui stesso.
Ma il destino aveva altri programmi per la serata.
Quando udirono l'assordante boato, accelerarono il passo verso casa, il nonno pensando ai tedeschi, Remigio pensando ai fuochi d'artificio. Si scoprì che si sbagliavano entrambi; soprattutto Remigio.
Lo stupore fu così grande che per un po', un bel po' a dire il vero, non ci fu altro.
Era finito il gas. Niente più funghi arrosto.
Il nonno, anche lui single, divenne quindi il suo orfanotrofio privato. E, a sua maggior gloria e giustizia, va detto che si rivelò, da subito, il migliore e il più saggio degli orfanotrofi possibili.
Tuttavia chiedere a lui spiegazioni sul significato preciso della scritta, a Remigio sembra improprio e sconveniente, nella maniera istintiva che solo i ragazzi della sua età sono in grado di manifestare.
“Potrei sentire il Toro, Schizzo e magari anche Rebecca” riflette, valutando una possibilità quasi del tutto estranea all'imbarazzo e solo in parte ostacolata da un inconsapevole accenno d'orgoglio.
Intanto, però, è abbastanza confuso e così, mentre cerca le parole più adatte a vincere il proprio senso del pudore (non che sappia di averne uno), nel prato della sua immaginazione si gioca una strana partita: il Binda parte da centrocampo palla al piede, scarta gli avversari come birilli e scocca un tiro imprendibile all’incrocio dei pali. Non può farci nulla Alice, che difende la porta in pantaloncini corti.
Ma in quel momento succede qualcosa che lo strappa dalle sue fantasie, per riportarlo alla realtà aldilà del vetro.
Mentre la campana del convento batte il primo dei sette rintocchi del vespro, due individui in impermeabili neri e con singolari cappelli a falde larghe in testa sbucano fuori dalla nebbia come scuri fantasmi, scambiano poche parole col babbo del Toro e si dirigono con passo deciso verso l'ingresso del bar, dove arrivano praticamente al battere dell’ultimo rintocco.
Dal suo punto d'osservazione, Remigio non ha modo di capire da dove siano arrivati, né come.
Ma può vederli bene in faccia, nell’attimo in cui transitano sotto il lampione del teatrino. Nel farlo, un piccolo brivido gli corre lungo la schiena. E’ certo di non averli mai visti prima.
E, già che c'è, è certo anche di un'altra cosa: che avrebbe preferito non vederli.
Chissà poi perché.